Il “morbo di Baumol”, i costi del teatro d’opera e la necessità dell’intervento pubblico per lo Spettacolo

Il settore dello Spettacolo dal vivo è caratterizzato da un particolare fenomeno, detto “sindrome di Baumol” dal nome dell’economista che per primo ne definì chiaramente i caratteri.

Volendo semplificare basti dire che, per i teatri, ad esempio, non sempre l’aumento della quantità prodotta si traduce, in un bilanciamento del peso dei costi fissi[1].

Nello specifico, il costo sostenuto per l’allestimento di uno spettacolo ripartito in base al pubblico e quindi diviso per sedia occupata certo diminuisce con l’aumentare del numero delle rappresentazioni poiché il costo fisso per la preparazione di uno spettacolo si ammortizza su un maggior numero di posti. Bisogna fare però i conti anche con la situazione degli ultimi giorni di repliche quando, a causa della minor affluenza del pubblico, tranne che per i casi di grande successo in cui c’è sempre il tutto esaurito, il costo per sedia occupata aumenta (diminuendo il numero di spettatori). Ogni replica in più, infatti, richiede le stesse risorse, la stessa forza lavoro, gli stessi materiali, ecc.

Le conseguenze dell’invariabilità del fabbisogno di lavoro sono al centro delle preoccupazioni degli economisti che si occupano dello spettacolo dal vivo.

La lirica costituisce l’esempio più lampante della cosiddetta “sindrome di Baumol”, poiché gli incrementi di produttività sono praticamente impossibili e l’attività si compone quasi esclusivamente di lavoro. Esso è parte integrante del prodotto finito.

La legge di Baumol indica una tendenza all’aumento dei costi di produzione nei settori nei quali la tecnologia produttiva non può essere migliorata o aumentata senza snaturare il prodotto.

Ad esempio non è possibile ridurre i nove ruoli solisti nella “Turandot” di Puccini, o sostituire un musicista di un quartetto d’archi con una registrazione.

I prezzi dei beni prodotti in serie non aumentano così velocemente come quelli dei concerti, della danza o degli spettacoli teatrali perché l’industria manifatturiera trae beneficio da innovazioni che consentono di ridurre l’apporto di lavoro necessario. In termini generali, invece, gli spettacoli dal vivo non possono godere di tali possibilità.

In altri termini, se i settori produttivi tradizionali possono avvantaggiarsi della tecnologia per ridurre la (costosa) componente umana, il settore delle performing arts, almeno per quanto riguarda la componente artistica, non può in alcun modo ridurre il numero di addetti impiegati e per di più si trova a dover far fronte al continuo, e necessario, innalzarsi degli importi delle retribuzioni.

Così non solo, a differenza ad esempio dell’industria tessile, chimica o meccanica, per realizzare un “prodotto finito” (ovvero uno spettacolo) ci vogliono gli stessi addetti di un secolo fa ma questi devono anche essere pagati, a parità di costo del denaro, di più.

In altre parole, ancora, il costo per unità di lavoro artistico,  in special modo per la lirica, cresce più velocemente del prezzo medio degli altri beni di consumo; le spese delle istituzioni artistiche, quindi, crescono più velocemente del tasso d’inflazione, che è anche l’aumento medio dei prezzi di tutti i prodotti[2].

Baumol chiama questi tipi di settori (in special modo quello degli spettacoli dal vivo) “a tecnologia stagnante”, perché non possono aumentare la produzione senza aumentare in misura uguale i fattori produttivi utilizzati. Per fare un esempio reale, al Teatro Regio di Torino una serata d’opera nel 1865-66 costava poco meno di 22 milioni di lire. Nel 1985, cioè dopo appena centoventi anni, la stessa serata viene a costare circa 260 milioni, sempre considerando che la qualità dello spettacolo è rimasta la stessa.

A teatro pieno un biglietto medio sarebbe costato nel 1865 12.000 lire attuali, nel 1985 la cifra sarebbe salita a 155.000 lire. Con simili prezzi la domanda sarebbe sicuramente crollata e con essa gli incassi.

Un finanziamento pubblico sempre crescente ha permesso al teatro regio di mantenere in vita la sua attività, nel 1865 copriva il 40 per cento dei costi, nel 1985 arriva a coprire addirittura l’85 per cento di un costo unitario che nel frattempo si è moltiplicato per dodici[3].

Ciò spiega perché il sostegno pubblico per le attività appartenenti al settore dello Spettacolo dal vivo risulti necessario. Lo Stato, avvertendo la necessità che un settore utile alla crescita culturale dei cittadini resti attivo, deve intervenire per colmare quel gap determinato non da fenomeni di “gusto” o di “mercato” ma da una caratteristica produttiva intrinseca di quello stesso settore.

La giusta necessità di ridurre gli sprechi non può, con ottusto populismo, far prevalere l’idea che il comparto possa autofinanziarsi perché, come dimostrato da Baumol e Bowen, con la sola vendita dei biglietti non si potrebbe far fronte ai costi di produzione se non snaturando totalmente il prodotto artistico.

Quando poi si sarà superata anche la pia illusione che tramite decreto in Italia possa nascere una cultura della partecipazione privata alla cultura così come avviene negli USA e ciò senza un neanche lontanamente paragonabile comparto industriale, senza una vera cultura imprenditoriale e senza una normativa fiscale che realmente incentivi le imprese ad investire in cultura.


[1] Per “costi fissi” si intendono quei costi che non dipendono dalla quantità prodotta. Ovvero che non si riducono con l’aumentare della produzione di un bene.

[2] W.J. Baumol, H. Bowen, Performings Arts: the Economic Dilemma, 1996, New York, MIT Press.

[3] G. Brosio e W. Santagata, Rapporto sull’economia delle arti e dello spettacolo, Fondazione Agnelli, Torino, 1992

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Pubblicato il 29/07/2015, in Cultura, Musica con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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